Nella mia esperienza di Coach ho avuto a che fare negli ultimi anni con sportivi professionisti e non , che si rivolgono a me per tanti motivi, il più frequente è l’insoddisfazione legata al non ottenere ciò che desiderano.

Quello che ho notato quando iniziano il percorso con me, è che tendono a dare la colpa all’allenatore se non giocano, al brutto tempo se non sono riusciti ad allenarsi bene, all’arbitro o alla società che non gli ha comprato i giocatori giusti ( se sono allenatori), oppure ai cattivi maestri /professori, se si tratta di prestazioni scolastiche.
Fondamentalmente non si assumono la responsabilità ma danno agli altri o alle circostanze della vita, la colpa dei propri insuccessi.
 
 

Questo è un alibi che li priva del potere personale di poter mettere in atto un cambiamento e li spinge all’immobilismo con il risultato finale che viene alimentato un circolo vizioso: negando o non riconoscendo i propri errori per non soffrire si continua a compiere gli stessi sbagli limitando le possibilità di miglioramento.

Il mio primo compito è quello di farglielo notare.
poi lo rendo conscio che se commettiamo un errore è necessario accettarlo perché, siamo esseri umani e in quanto tali possiamo fallire, non siamo perfetti e nessuno si aspetta da noi che lo siamo.
Immediatamente dopo lo faccio interrogare per capire quali siano le possibili azioni da attuare in quella determinata situazione,
infine lo guido, con esercizi e programmi mirati e personalizzati a fare scelte consapevoli che gli permettano di ottenere risultati diversi.
Queste abilità, allenate adeguatamente consentono ad ognuno di noi di cambiare il nostro comportamento e di agire per ottenere il meglio per noi e per le persone che ci stanno vicine.

Fatelo voi stessi ma soprattutto se siete genitori, educatori, allenatori, fatelo fare ai vostri ragazzi affinché fin da piccoli capiscano l’importanza di assumersi le proprie responsabilità e diventare così adulti responsabili.

Come si fa?

Ecco due esempi concreti:

  • Cade la posata a tavola e si sporcano i vestiti puliti. Viene sgridato. Reagisce piangendo e giustificandosi che la posata “è caduta”. Anziché sgridare, è l’occasione buona per spiegare che la posata non cade da sola ma è scivolata di mano per poca attenzione.
  • Viene sbagliato un gol facile prendendo il palo e viene data la colpa alla “sfortuna” o alla buca che ha fatto rimbalzare male il pallone. Anziché imprecare, è l’occasione buona per spiegare che la sfortuna non esiste, che le buche fanno parte del campo di gioco e che piegandosi di più sul ginocchio della gamba portante il gol sarebbe stato certo.

Tu lo fai già? Pensi di saperlo mettere in atto questo processo?  , ti piacerebbe conoscere come fare? Contattami e sarò ben lieto di darti maggiori informazioni.