A cena con amici: il figlio di uno di loro racconta di una punizione ricevuta prima dall’allenatore e poi di una successiva sgridata del nonno, per aver dato un calcio ad un compagno.

Per evitargli una probabile terza sgridata del papà, ho provato a fare qualche domanda.
“per quale motivo  hai dato un calcio al tuo compagno?”
“perché CI prendeva in giro”
CI o TI prendeva in giro?”
CI prendeva in giro , a me ed altri amici, perché pensa che non siamo bravi!”
*bingo* !
ecco la risposta che aspettavo.
Gli ho domandato come mai non l’avesse detto all’allenatore, e lui mi ha risposto che in quel momento era arrabbiato, e pensava di dirglielo dopo.
academy
Anche da allenatore ho osservato dinamiche simili, con un ragazzino adolescente, che ritenendo di essere il migliore ( e spesso è la verità..), ad errori dei compagni si lasciava andare a comportamenti scorretti, non riuscendo a gestire la delusione per il gol subito o la sconfitta, prendendosela con i compagni nei più svariati modi e termini.
Per esperienza personale so che quel ragazzino si comporta così non solo sul campo, ma anche in famiglia e a scuola, ma sia i genitori che l’allenatore, per non urtare la personalità del “futuro campione”, gli permettono questi e altri atteggiamenti nocivi a se stesso e agli altri, facendo finta di non vedere.
Il ruolo del genitore  del bambino che si difende da tali attacchi ingiustificati, non deve essere sempre diffidare di lui o all’estremo opposto difenderlo a spada tratta , ma indagare con i diretti interessati per verificare il motivo di tale reazione, e se , verificata la fondatezza della situazione, intervenire presso l’allenatore per evitare il ripetersi del comportamento e tutelare così entrambi i ragazzi.
Eh si, perché l’allenatore a quel punto potrebbe intervenire anche sul ragazzo insegnandogli a gestire le emozioni negative e forse farlo diventare veramente un “campione”.
Roberto Castagna – The Inner Player