Vi siete mai trovati in qualità di allenatori di una squadra nella situazione in cui c’era qualcuno del gruppo che vi sembrava fuori dal coro, che andasse per la propria strada senza minimamente considerare le regole comuni del gruppo, che non interagisse a sufficienza con i propri compagni non solo di reparto ma dell’intera squadra, che non si esprimesse per le reali qualità e capacità senza un evidente motivo ?

Anche io mi sono trovato a dover gestire situazioni del genere soprattutto ad inizio carriera (quella di allenatore) avendo solo competenze di giocatore , quando le dinamiche di gruppo mi erano conosciute solo dal punto di vista del giocatore e non da più punti di vista, quando ho allenato le giovanili della Sampdoria dove le strutture e la società sembravano essere il top per un allenatore giovane e appassionato, ma anche nell’ esperienza avuta cinque anni fa che è quella che mi ha stimolato l’argomento per questo articolo.

La settimana scorsa ricevo via FB una richiesta di amicizia di un ragazzo “Filippo” (nome di fantasia) che ho allenato nella stagione calcistica di cui vi dicevo pocanzi quando lui aveva 16/17 anni. Oggi ne ha 21.

Dopo aver accettato l’amicizia, alla mia domanda, “Filippo”, giochi ancora e se si dove? La risposta è stata “no perché ho avuto problemi con l’allenatore e la società”. Strano! Penso io sorridendo.

Filippo quando l’ho conosciuto era un ragazzo adolescente con ottime capacità fisiche e un notevole bagaglio tecnico, fuori dal comune per la sua età e per il campionato di riferimento (infatti io lo facevo giocare con compagni di un anno più grandi che per quell’età significa molto). In poche parole in gergo tecnico un “fenomeno” in partita ed anche in allenamento. Tutto questo però avveniva solo ed esclusivamente quando lo decideva lui e quando si degnava di venire all’allenamento o addirittura alla partita. Ero stato avvisato dalla società che era un bravissimo giocatore ma che era una testa di c…., che aveva dei numeri ma non li esprimeva a sufficienza, che non aveva testa etc etc.

Anch’io stavo per soccombere a questi luoghi comuni fino a quando un giorno mi posi delle domande diverse che vi riporto, Ok prendo atto della situazione, dove devo intervenire con Filippo, in che ambito? mentale o motivazione, familiare o di amicizie? Quando è bene (prioritario) intervenire con Filippo?

Indago e scopro che non poteva venire all’allenamento perché in famiglia nessuno lo portava all’allenamento per problemi familiari, e che non doveva chiedere a nessuno di essere aiutato perché doveva cavarsela da solo prendendo l’autobus in modo da imparare ad essere autonomo. Peccato però se prendeva l’autobus arrivava quando l’allenamento era a metà e quindi non veniva. In aggiunta a questo i suoi migliori amici non giocavano a calcio ma si vedevano ogni giorno in piazzetta con gli scooter e lo stimolavano a rimanere con loro anziché andare all’allenamento.

E’ ovvio che con queste premesse un ragazzo sedicenne non abbia nessuna possibilità di riuscire……

Scoperto il problema trovo più soluzioni, dall’andare a prenderlo personalmente, al trovare uno o due genitori che passassero dal quartiere dove abita per prenderlo e accompagnarlo al campo, al parlare con la madre. Il risultato è stato che Filippo da quel momento in poi è venuto costantemente a tutti gli allenamenti, a tutte le partite e per la gioia di tutti ha segnato dieci gol contribuendo alla vincita del campionato.

Il fatto di aver preso in considerazione il pormi domande diverse ha contribuito a scoprire una cosa che come allenatore davo per scontato : che tutti i ragazzi vogliono giocare a pallone. La verità è che tutti i ragazzi vogliono giocare e stare bene! Filippo non stava bene.

Ora alla luce di questo sapete quanti allenatori, dirigenti, addetti ai lavori, e perché no anche genitori, di fronte a fenomeni di questo tipo non approfondiscono rimanendo in superficie e quindi perdendosi quanto di più bello un ragazzo gli può dare?

Pensate invece quanti ragazzi migliorerebbero non solo il livello personale ma anche quello delle squadre se i responsabili delle stesse, capendo questo, si dedicassero cinque minuti cinque, di più ,a scoprire l’unicità del singolo da mettere al servizio del gruppo?

Quando questo avverrà il benessere psicofisico e il livello tecnico nello sport in generale migliorerà automaticamente.

Per chi vuole approfondire e trovare soluzioni ai problemi dei loro atleti alcune delle domande diverse da farsi e da fare sono: dove (in che ambito) devo intervenire con “Filippo”? Con chi posso lavorare, chi devo coinvolgere? “Filippo ”, sua madre, i nonni, i suoi amici o chi altro?, quando è bene intervenire con “Filippo”?

Quando si lavora in un gruppo, anziché osservare l’ambiente, spesso si pone l’attenzione solo sui comportamenti scorretti, senza considerare se essi dipendano o no dall’ambiente in cui il ragazzo vive.

2009-07-09_IMG_2009-07-02_02.15.56__J5001ELCHE.jpg1_